L'isola che non c'è

Pubblicato da: Alberto In: Ambiente Sopra: Commento: 0 favorite Colpire: 964

Sulle cartine geografiche non viene segnalata e dal satellite non è visibile, ma nell’Oceano Pacifico esiste un’isola grande quanto il Texas. Il Pacific Trash Vortex è un ammasso di rifiuti situato tra le Hawaii e la California.

La formazione è dovuta all’azione del vento, che crea il vortice sub-tropicale del Pacifico, in cui l’acqua circola in senso orario. L’acqua è in movimento solo all’esterno del vortice, mentre al suo interno l’acqua è molto calma. Qualsiasi materiale galleggiante viene trasportato all’interno del vortice e, nel tempo, i detriti si sono andati accumulando.

La prima misurazione del Trash Vortex è stata effettuata tra il 1985 e il 1988 da ricercatori che avevano base in Alaska. Quello del Trash Vortex è solo il caso più eclatante, ma in molti mari sono presenti agglomerati più piccoli di rifiuti e plastiche. Un grande ammasso è presente anche nell’Oceano Atlantico e soltanto nel Mare del Nord sono state contate circa 600mila tonnellate di plastica. Sebbene la mole di materiali sia enorme, la massa è costituita da microplastiche contenute anche in cosmetici, non visibili a occhio nudo, inferiori al mm. Non si tratta di un agglomerato ben tangibile e visibile, ma non per questo ne derivano meno danni. Nell’area ci sono poche isole che potrebbero favorire lo stazionamento del materiale, così questa sorta di “isola che non c’è” si ingigantisce indisturbata nelle acque oceaniche. La massa di rifiuti è costituita prevalentemente da monofilamenti e fibre di polimeri, incrostati con diatomee (alghe unicellulari) e plancton. La situazione è resa ancora più preoccupante dal fatto che in alcuni punti raggiunge una quantità di rifiuti di gran lunga maggiore delle sostanze naturali: la concentrazione di plastica media del Trash Vortex è stata stimata in 6 chili di plastica per ogni chilo di plancton naturale e 5,1 Kg/Km2. Naturalmente l’ecosistema non resta immune dalla presenza dei rifiuti. Molti animali si cibano della plastica e in molti sono stati trovati migliaia di frammenti di plastica. La nocività dei rifiuti non solo provoca la morte di molti esemplari e danneggia le specie biologiche, ma va ad intaccare anche la catena alimentare, arrivando a colpire indirettamente anche l’uomo. I detriti, unendosi, diventano anche più pericolosi degli inquinanti organici persistenti (Pop), cioè sostanze resistenti alla decomposizione chimica presenti nell’atmosfera e nell’acqua. Alcuni inquinanti sono classificati come cancerogeni, altri come veleni.

La maggior parte dei materiali è di natura inorganica, per cui non sono sottoposti al processo di biodegradazione. La fotodegradazione (processo di disgregazione o cambiamento della struttura delle molecole che avviene con l’assorbimento dei fotoni delle radiazioni luminose) scinde la plastica in polimeri, che difficilmente si disgregano. I tempi di azione della fotodegradazione sono eccessivamente lunghi per essere considerati utili per lo smaltimento dei materiali.

Poiché il Trash Vortex è molto distante dalle coste di qualsiasi Stato, la responsabilità di risolvere il problema non spetta a nessuno in particolare. Per evitare che il Trash Vortex e le altre formazioni di rifiuti marini crescano e causino ulteriori danni bisognerebbe agire singolarmente, facendo attenzione a ciò che acquistiamo a partire da uno scrub con microgranuli di plastica. Qui il “popolo” dell’olio di palma potrebbe ridire la sua a meno che le scimmie valgano più dei delfini (scusate la facile provocazione).

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